COVID-19 e infiammazione cronica di basso grado

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La letteratura scientifica abbonda oramai di articoli su COVID-19 (COrona VIrus Disease 2019). I dati epidemiologici relativi all’outbreak cinese ci informano sul fatto che tra i decessi la percentuale di pazienti con sindrome plurimetabolica è piuttosto alta.  La sindrome plurimetabolica è una complessa condizione clinica nella quale all’obesità addominale si associano ipertensione, dislipidemia, iperuricemia, insulino-resistenza, fegato grasso e diabete. Il minimo comune denominatore tra questi aspetti della malattia è l’infiammazione sistemica di basso grado. La domanda che gli esperti si pongono in questi giorni è la seguente: è possibile che l’infiammazione sistemica di basso grado tipica della sindrome plurimetabolica possa aumentare il rischio, in chi si ammala di COVID-19, di andare incontro alle sequele peggiori?

L’evoluzione peggiore è quella in cui compaiono una sindrome da distress respiratorio  (respiratory distress syndrome) e un’insufficienza multi-oragno (multiple organ failure).  La prima è caratterizzata dal danno diffuso della membrana alveolo-capillare con conseguente edema polmonare  e insufficienza respiratoria acuta. Il paziente ha bisogno in questo caso di ventilazione assistita. L’insufficienza multi-organo è una condizione di deterioramento progressivo e sequenziale della funzione di più organi, secondaria in questo caso all’ipossia (carenza di ossigeno) e alla tempesta citochinica (cytokine storm).

Mi rendo conto che quest’espressione (tempesta citochinica) può essere compresa solo dagli addetti ai lavori. Cercherò di darvi perciò una spiegazione semplice e chiara. Sappiamo che il nostro Sistema Immunitario è composto da migliaia di cellule distribuite in tutto l’organismo. Fondamentale per il suo buon funzionamento è la comunicazione tra queste cellule e quelle che formano gli altri tessuti. Ora la comunicazione si può realizzare tramite il contatto diretto oppure tramite una vasta gamma di sostanze rilasciate a livello ematico e tissutale. Si tratta delle citochine per l’appunto. Ci sono alcune citochine che accendono l’infiammazione (che è sempre la reazione dell’organismo ad una noxa patogena) ed altre che la spengono.

Il nuovo Coronavirus ha il potere di scatenare in alcuni soggetti un abnorme rilascio di citochine infiammatorie, a loro volta causa del distress respiratorio e dell’insufficienza multi-organo. In particolare alcuni Autori cinesi hanno da poco pubblicato un lavoro dal titolo  *Analysis of clinical features of 29 patients with 2019 novel coronavirus pneumonia* nel quale sottolineano il fatto che una particolare citochina, l’IL-6 (interleuchina-6), può essere utilizzata come predittore di esito infausto di malattia.

L’IL-6 non è prodotta solo dalle cellule immunitarie ma anche dalla cellule cutanee, epatiche, muscolari e dagli adipociti (le cellule che compongono il tessuto adiposo).  E qui veniamo al punto. L’obesità, in particolare quella viscerale, è caratterizzata da un aumento dei livelli circolanti di IL-6. Di fronte ad un cronico eccesso di nutrienti gli adipociti diventano ipertrofici (più grandi del normale perché infarciti di grasso) e cominciano a produrre e a rilasciare citochine pro-infiammatorie.  Il tessuto adiposo dei soggetti obesi con disfunzione metabolica è caratterizzato, inoltre, dalla presenza di macrofagi attivati anch’essi in senso pro-infiammatorio. L’infiammazione non rimane confinata a livello del grasso viscerale ma diffonde a livello sistemico e contribuisce a peggiorare la sensibilità insulinica.

L’idea che si va abbozzando sulla base di quanto fin qui osservato è che l’infiammazione sistemica di basso grado possa rappresentare una sorta di rumore di fondo capace di far esplodere la tempesta citochinica in chi ha la sfortuna di infettarsi con il nuovo COVID-19.

Il ruolo dell’IL-6 nella COVID-19 è talmente importante che tra le terapie proposte vi è quella a base di tocilizumab, un anticorpo monoclonale usato nella terapia dell’artrite reumatoide. Il tocilizumab è stato progettato per legarsi all’IL-6 impedendole di innescare il processo infiammatorio.

 

 

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