Discorso sulla vitamina C: dalla sintesi del collagene alle proprietà antivirali (Parte 2)

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La vitamina C è contenuta in molti alimenti di origine vegetale. Le fonti alimentari più importanti sono gli agrumi, i kiwi, le fragole, i peperoni, i cavoli di Bruxelles, i cavolfiori, i broccoli, gli spinaci e l’indivia. Vale la pena sottolineare il fatto che l’acido ascorbico (l’altro nome con il quale indichiamo la vitamina C) è termolabile per cui solo gli alimenti consumati crudi possono dare la sicurezza di una sua adeguata assunzione.

I peperoni, anche crudi, potrebbero essere un ingrediente per la preparazione di gustose insalate estive. Cavolfiori, broccoli ed altre brassicacee, se tagliati sottilmente, possono essere consumati anche crudi o in alternativa sotto forma di estratti (in entrambi i casi faremo il pieno anche di sulfurafano, un metabolita secondario ad azione anti-tumorale).

I livelli di assunzione raccomandati sono stati stabiliti sulla base della capacità di prevenire lo scorbuto ed equivalgono a 6 mg/die. In gravidanza il fabbisogno aumenta di 20 mg ed in corso di allattamento di ben 40 mg. Questi apporti rendono possibile mantenere vicina alla saturazione la concentrazione di vitamina C all’interno dei neutrofili (cellule dell’Immunità Innata) mentre l’escrezione urinaria è ridotta al minimo. Perché si va a misurare la concentrazione di vitamina C all’interno dei neutrofili? Perché la concentrazione nelle urine e nel plasma risente dei livelli di assunzione di vitamina C nel breve termine e non viene considerata un parametro soddisfacente per valutare lo stato nutrizionale.

Lo scorbuto è una malattia caratterizzata dalla presenza di emorragie diffuse, da alterazioni gengivali e da  anemia grave. Si tratta di una condizione oggi estremamente rara (nella mia esperienza clinica giusto un paio di casi). Più frequenti sono, invece, le forme subcliniche caratterizzate da sanguinamento gengivale, malattie del parodonto, tendenza aumentata a formare ecchimosi ed iperemia congiuntivale (occhio rosso) in assenza di fatti infettivi (congiuntivite su base batterica o virale).

Non è stato stabilito un livello massimo tollerabile di assunzione (Upper Level, UL) a causa della mancanza di un sufficiente numero di studi sulla tossicità. In accordo con un documento EFSA del 2006 si raccomanda di non andare oltre 1 grammo di acido ascorbico al giorno.

Stile di vita ancestrale e collisione evolutiva

Quasi tutti i mammiferi sintetizzano l’acido ascorbico a partire dal glucosio. Per l’uomo invece la vitamina C è diventato un nutriente essenziale in seguito alla mutazione a carico dell’enzima gulonolattone ossidasi.  Il silenziamento di questo gene deve essere avvenuto durante l’Eocene Medio (55-40 milioni di anni fa). Da quel momento in poi abbiamo avuto necessità di assumere acido ascorbico con la dieta. Certo è che durante tutto l’Eocene ed il successivo Oligocene era praticamente impossibile che si potesse andare incontro ad un deficit di ascorbato poiché le foreste abbondavano di frutta. La cosa interessante (vale la pena ricordarsene) è che la vitamina C contrasta la capacità del fruttosio (uno degli zuccheri presenti nella frutta) di indurre a livello epatico la sintesi dei trigliceridi (azione lipido-sintetasica del fruttosio). Al contrario il fruttosio inibisce la sintesi di acido ascorbico nei mammiferi che sono capaci di sintetizzarlo. Si dice che *in biologia nulla ha un senso se non alla luce dell’evoluzione*. Potrebbe essere questo il vantaggio evolutivo derivante dal blocco della sintesi endogena di acido ascorbico nella nostra specie?

Nel Miocene Medio (18-8 milioni di anni fa) si assiste ad un drastico abbassamento delle temperature. Le foreste si trasformarono in savane. Scompare la frutta con il suo carico di vitamina C. Le grandi scimmie subiscono una profonda pressione selettiva allo scopo di adattarsi alle mutate condizioni ambientali, più fredde e aride. Già 24 milioni di anni fa (prima dunque dei drastici cambiamenti climatici) in un progenitore della nostra specie si era verificata un’altra mutazione, quella a carico del gene che codifica per l’uricasi, con conseguente perdita di funzione. L’uricasi è l’enzima che trasforma l’acido urico in allantoina, un composto più solubile e più facilmente eliminabile dall’organismo. In condizioni dismetaboliche l’acido urico si accumula precipitando a livello articolare e provocando l’artropatia infiammatoria nota come gotta. Per questo l’acido urico è da sempre considerato uno scarto metabolico potenzialmente dannoso.

Ma non è stato così per i nostri progenitori del Micene Medio. In condizioni di carenza di vitamina C l’acido urico rappresentava la maggiore difesa anti-ossidante disponibile. Tutt’oggi l’acido urico è la nostra più grande arma contro lo stress ossidativo. Purtroppo però le moderne abitudini di vita (sedentarietà ed eccesso calorico) assieme ad una certa visione riduzionistica della medicina hanno fatto sì che questo nostro vecchio amico si sia trasformato in una minaccia. L’acido urico mantiene la sua valenza di antiossidante quando è presente in certe concentrazioni nel circolo ematico. Quando si accumula all’interno delle cellule diventa un pro-ossidante. Se poi i livelli ematici salgono al di sopra di 7,2 mg/dl compare la gotta (condizione frequente in chi soffre di sindrome pluri-metabolica).

Metabolismo

Venuta meno la nostra capacità di sintetizzare la vitamina C ci siamo protetti dallo stress ossidativo grazie all’acido urico. Abbiamo anche sviluppato un efficientissimo meccanismo di trasporto che consente di raggiungere concentrazioni intracellulari di vitamina C simili a quelle presenti nei mammiferi che la sintetizzano ancora.

La vitamina C, in forma ridotta o ossidata, è assorbita lungo tutto l’intestino tenue per mezzo di un sistema di trasporto attivo sodio-dipendente mediato dal trasportatore SVCT1 (Sodium-dependent Vitamin C Trasporter 1). Grazie ad un meccanismo di up-down regulation i livelli di trasportatore diminuiscono in presenza di elevate concentrazioni di acido ascorbico e aumentano in presenza di basse concentrazioni. Così per dosi di 30-180 mg si stima che sia assorbito più dell’80% della vitamina C. Dopo l’assunzione di 1 mg la quantità assorbita è invece pari al 50%.

L’acido deidroascorbico (la forma ossidata della vitamina C, comunque dotata di potere anti-scorbuto e presente in quota minoritaria negli alimenti) viene assorbita tramite un sistema di trasporto facilitato che sfrutta i trasportatori del glucosio GLUT-8. Una volta all’interno dell’enterocita l’acido deidroascorbico è riportato alla sua forma ridotta grazie all’azione del glutatione. Studi su modelli animali hanno dimostrato che il glucosio inibisce la captazione della vitamina C interferendo con l’attività dei trasportatori SVCT1 e GLUT. Magari non è un fenomeno di così grande impatto però vale la pena ricordarsene quando si pensa di mettere lo zucchero nella spremuta d’arancia.

Esiste una riserva corporea di vitamina C? Sì ed è pari a 20 mg/kg di peso corporeo. Questo vuol dire che un individuo adulto dispone di circa 1200-1500 mg di vitamina C. Riserve inferiori a 300 mg sono associate ai segni di scorbuto. L’emivita media della vitamina C è di 8-40 giorni ed è inversamente proporzionale alle riserve.

Vitamina C e Sistema Immunitario

Di vitamina C si è parlato tanto in questi ultimi mesi. Sono stati mesi in cui abbiamo avuto paura. Da un giorno all’altro c’è stato detto che bisognava isolarsi dal resto della comunità e che questa sarebbe stata la nostra unica arma contro un nemico invisibile ma estremamente pericoloso. L’isolamento sociale evidentemente sta funzionando ma è ancora difficile prevedere quello che accadrà da qui in poi. SARS-CoV-2 diventerà un virus permanente a livello mondiale con i suoi picchi legati alla stagionalità come è successo per la comune influenza? È un virus che conferisce immunità? Sarà possibile mettere a punto un vaccino che sia realmente efficace? Oppure sarà un vaccino come quello anti-influenzale capace di dare una copertura parziale?

La risposta a queste domande fin qui è stata data dagli *esperti* che non hanno mancato di presenziare i salotti televisivi. Alcuni sono diventati delle vere star della TV. Io mi aspetto che ritornino ad essere (se mai lo sono stati) delle star del panorama scientifico internazionale. Ora la verità è che nella gerarchia delle evidenze scientifiche l’opinione dell’esperto conta come il due di picche. Per dire qualcosa che si avvicini alla realtà bisogna impostare studi scientifici costruiti su valutazioni ampie e sistematiche. Per fortuna gli scienziati *veri* stanno lavorando in questa direzione.

Ora a noi che rimaniamo a casa, rispettando le norme imposte, cosa resta da fare?

Mangiare bene, fare movimento e alimentare il pensiero positivo. E se oltre a ciò cercassimo di potenziare il nostro Sistema Immunitario attraverso qualche integratore? La vitamina C può essere utile?

In un articolo uscito recentemente sulla rivista *Expert Review of Anti-infective Therapy*  (Impact factor 3.5) gli Autori sostengono di aver trattato con vitamina C 12 pazienti a rischio di vita per patologia respiratoria dovuta al virus dell’influenza A. I pazienti sono andati incontro ad un rapido miglioramento.

L’immaginario collettivo attribuisce alla vitamina C una valenza anti-influenzale da quando Linus Pauling (due volte insignito del Premio Nobel) scrisse il suo libro *Vitamin C and the Common Cold*.

Per quanto l’effetto anti-influenzale della vitamina C non sia stato mai definitivamente dimostrato è vero che questa sostanza si accumula nei leucociti, nei linfociti e nei macrofagi migliorando la loro chemiotassi (la capacità di queste cellule di spostarsi in direzione dell’agente patogeno) e la fagocitosi (la capacità di ingerire materiali estranei e agenti patogeni e di distruggerli).

D’altro canto una Cochrane review del 2013 conclude così:

The failure of vitamin C supplementation to reduce the incidence of colds in the general population indicates that routine vitamin C supplementation is not justified, yet vitamin C may be useful for people exposed to brief periods of severe physical exercise. Regular supplementation trials have shown that vitamin C reduces the duration of colds, but this was not replicated in the few therapeutic trials that have been carried out. Nevertheless, given the consistent effect of vitamin C on the duration and severity of colds in the regular supplementation studies, and the low cost and safety, it may be worthwhile for common cold patients to test on an individual basis whether therapeutic vitamin C is beneficial for them. Further therapeutic RCTs are warranted.

In due parole, secondo gli Autori di questo lavoro l’assunzione di vitamina C riduce di poco la durata della malattia influenzale e ne migliora minimamente il quadro sintomatologico… ma considerato il piccolo costo di questa supplementazione e l’assenza di potenziali rischi sta al singolo valutare se ne vale la pena oppure no…

Cosa possiamo concludere noi? La prima osservazione da fare è che vale la pena seguire una dieta che sia di per sé ricca di vitamina C. Spingo sempre sull’uso del succo di limone come condimento per carni, pesce, legumi e verdure o da aggiungere all’acqua che beviamo. Integrare è possibile. Se ci si volesse spingere su valori prossimi ad un grammo (come da indicazioni EFSA), allora sarà bene servirsi di compresse da 200-300 mg da assumere tre volte al giorno per massimizzare l’assorbimento del principio attivo. Potremmo così contare su un ausilio che oltre a dare una mano alla nostra Immunità Innata ci proteggerà dai processi degenerativi legati all’invecchiamento e potenzierà il nostro sistema connettivale.

 

 

Nota: Nell’editoria accademica il fattore di impatto  o Impact Factor  (IF) è un indice sintetico che misura il numero medio di citazioni ricevute in un particolare anno da articoli pubblicati in una rivista scientifica nei due anni precedenti. Tanto per dare una proporzione Nature ha un IF di 43,07. 

 

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