Intestino infiammato: il ruolo della nutrizione, della disbiosi e dello stress ossidativo

L’incidenza delle patologie che colpiscono l’intestino è in costante aumento. Lo spettro è piuttosto ampio e va dalla Sindrome del Colon Irritabile alle MICI (Malattie Infiammatorie Croniche Intestinali) che includono il Morbo di Crohn, la Rettocolite Ulcerosa e la Colite Indeterminata.

Da un punto di vista fisiopatologico viene facile fare il collegamento tra questo dato epidemiologico e l’alimentazione prevalente nei paesi occidentali. Quando parliamo di Western Diet, contrapponendola alla Natural Diet, stiamo facendo riferimento ad un modello alimentare in cui prevalgono i cibi di origine industriale ricchi di grassi saturi e di zuccheri semplici.

Gli abituè di questo modo di alimentarsi vengono definiti junk food consumers. Ora il junk food è il peggio che si possa immaginare. Se ci fosse consapevolezza piena, questi alimenti verrebbero consumati solo in modo occasionale. Sarà perché “la carne è debole”, sarà perché le papille gustative ci mettono poco ad adattarsi a sapori così accattivanti (pensati per raggiungere il bliss point o punto di beatitudine) ma una volta che abbiamo assaggiato certi cibi industriali diventa difficile farne a meno. I bambini sono molto vulnerabili a questi meccanismi, purtroppo.

Il punto centrale è che la Western Diet modifica la composizione del consorzio microbico facendo in modo che i batteri potenzialmente patogeni (noti anche come patobionti) sovraccrescano.

Il microbiota intestinale: un nuovo organo esterno all’organismo

Il microbiota intestinale viene ormai inquadrato come un nuovo organo “esterno” all’organismo umano. Con l’avvento delle tecniche di Next Generation Sequencing è stato possibile identificare i generi e le specie batteriche che vivono nell’ambiente colonico (l’ultimo tratto dell’intestino). L’analisi per Phylum del microbiota colonico dimostra che negli individui adulti dominano due gruppi, quello dei Bacteroidetes e quello dei Firmicutes. Questi due gruppi, presi assieme, rappresentano il 95% circa delle popolazioni microbiche residenti nel nostro intestino.

Il rimanente 5% è invece riconducibile principalmente ai Phyla Proteobacteria, Actinobacteria, Tenericutes, Verrucomicrobia e Fusobacteria.

Microbiota intestinale e salute sistemica

È ormai accertato il ruolo che il microbiota intestinale svolge nel garantire lo stato di salute dell’ospite (l’ospite ovviamente siamo noi). I batteri buoni (probiotici) tengono sotto controllo la proliferazione dei batteri patogeni (quali Clostridia e Colibacillacea), stimolano il Sistema Immunitario (in modo che non vi debbano essere condizioni di immunodepressione, allergie e autoimmunità), modulano l’assorbimento dei nutrienti (il fenomeno viene detto energy harvest), interferiscono con il metabolismo, producono vitamine, enzimi e sostanze che sono essenziali per il trofismo della mucosa colonica.

Tra queste ultime vanno citati gli acidi grassi a catena corta o Short Chain Fatty Acids (SCFAs), ovvero l’acido butirrico, l’acido acetico e l’acido propionico. L’acido butirrico oltre a nutrire i colonociti (le cellule che rivestono il colon) svolge un importante ruolo anti-infiammatorio e anti-neoplastico. Riesce infatti a stimolare le cellule dell’immunità innata in modo che queste producano IL-10, una citochina dalla forte azione anti-infiammatoria.

Perché ci sia una buona produzione di acido butirrico nel nostro intestino bisogna che i batteri del gruppo Clostridium leptum siano adeguatamente rappresentati. Tra questi al primo posto ricordiamo il Faecalibacterium prausnitzii, e poi i generi Blautia, Roseburia, Lachnospira e Coprococcus. La nostra Dieta Mediterranea, così ricca di alimenti di origine vegetale minimamente processati, è in grado di sostenere lo sviluppo di questi generi batterici. L’effetto salutistico di questo modello alimentare è senza dubbio da collegare alla sua azione anti-infiammatoria in gran parte modulata dal microbiota intestinale.

Sindrome dell’intestino poroso e GALT

I batteri patogeni producono sostanze ad azione infiammatoria in grado di allentare le tight junctions. Meglio note come giunzioni serrate, le tight junctions tengono uniti tra di loro i colonociti. In questo modo lo spazio incluso tra una cellula e l’altra non può essere attraversato dalle sostanze normalmente presenti a livello del lume intestinale. Il danneggiamento delle giunzioni serrate determina la comparsa di una condizione patologica nota come sindrome dell’intestino poroso (o Leaky Gut Syndrome). In questo caso putrescine, cadaverine, ammine biogene, frammenti della membrana esterna dei batteri Gram-negativi (vedi lipopolisaccaride o LPS) varcano la barriera intestinale e si trovano a contatto con il GALT (Gut Associated Lymphoid Tissue) o sistema linfatico associato alla mucosa intestinale. È da qui, dalle cellule dell’Immunità Innata, che parte la cascata infiammatoria con produzione e diffusione in circolo di IL-6, IL-1 e TNF-alfa.

La dieta persistentemente sbagliata e il conseguente persistere di uno stato di disbiosi alimentano questa infiammazione sistemica di basso grado che è ormai riconosciuta come il più potente fattore di rischio per l’insorgenza delle malattie cronico-degenerative e tra queste l’obesità, l’insulino-resistenza, il diabete, le patologie cardiovascolari, quelle neuro-degenerative e i tumori.

La genetica delle malattie infiammatorie croniche intestinali

Tra le Malattie Infiammatorie Croniche Intestinali ricordiamo il morbo di Crohn e la Rettocolite Ulcerosa. La prima colpisce tipicamente tutto l’apparato gastroenterico, dalla bocca all’ano. Si caratterizza per la presenza di stenosi, di fistole e di ascessi. Da un punto di vista macroscopico la mucosa interessata assume un aspetto ad acciottolato con aree malate che confinano con aree sane. Una volta instauratasi, la patologia diventa cronica con alternanza di fasi di remissione e di riacutizzazione.

Al contrario la Rettocolite Ulcerosa interessa solo la porzione ultima del grosso intestino, il retto, e si caratterizza per la presenza di aree iperemiche erosive.

I fattori alla base della patologia vanno dalla genetica predisponente, all’alimentazione, allo stile di vita. Tra i fattori genetici va citato NOD2. Si tratta del gene che codifica per un sensore citoplasmatico delle cellule presentanti l’antigene (cellule dell’Immunità Innata). Normalmente queste cellule riconoscono gli antigeni presenti sulla parete dei batteri tramite i Toll like Receptors. Una volta che i Toll Like Receptors hanno riconosciuto l’antigene appartenente al batterio potenzialmente patogeno, si avvia all’interno della cellula una cascata di eventi che passa per l’attivazione del fattore di trascrizione Nf-kB e che culmina con la sintesi ed il rilascio di citochine pro-infiammatorie.

Il NOD2 gioca un ruolo importante nella modulazione della risposta immunitaria in quanto normalmente va a limitare l’espressione di queste citochine pro-infiammatorie. La mutazione del NOD2 comporta un difetto anche nel rilascio delle defensine e di conseguenza si ha un’eccessiva proliferazione batterica che può ovviamente indurre una risposta immunitaria eccessiva a livello intestinale e quindi provocare il danno responsabile dell’insorgenza del Morbo di Crohn e della Rettocolite Ulcerosa.

Dieta occidentale, stress ossidativo, disbiosi e MICI

La tipica dieta occidentale è associata ad un’aumentata produzione di specie reattive dell’ossigeno (perossido di idrogeno, radicale idrossile, anione superossido e perossinitrito).  Le specie reattive dell’ossigeno, normalmente indicate con l’acronimo ROS (Reactive Oxygen Species) correlano con la disbiosi, intesa come alterazione quali-quantitativa della flora batterica residente.

Quello che succede è che diminuiscono i batteri del gruppo Clostridium leptum (produttori di acido butirrico e benefici per il nostro intestino) e aumentano i patobionti appartenenti al Phylum Proteobacteria.

Dieta Mediterranea e benessere intestinale

Il modello alimentare della Dieta Mediterranea rimane un costante punto di riferimento per tutti coloro che hanno a cuore la propria salute. I rapporti relativi tra macronutrienti (carboidrati, grassi e proteine) vanno aggiustati in relazione al singolo paziente, ma da un punto di vista qualitativo si tratta senza dubbio della dieta migliore al mondo.

Prova ne è che nel 2010 il Comitato Intergovernativo dell’UNESCO ha iscritto la Dieta Mediterranea nel patrimonio culturale immateriale dell’Umanità.

Ispirandoci alla Dieta Mediterranea possiamo sperare di mantenere uno stato di eubiosi, favorendo la crescita dei batteri buoni e limitando quella dei potenziali patogeni. La Dieta Mediterranea riesce anche a limitare la produzione di ROS e in questo modo preserva l’integrità strutturale e funzionale del nostro intestino.

Di fronte ad un disturbo intestinale (discomfort, stipsi, diarrea, alvo alterno, meteorismo) prima ancora di chiederci quale probiotico prendere dovremmo analizzare il modo in cui stiamo mangiando e poi dovremmo cercare di avvicinarsi il più possibile al modello della Dieta Mediterranea.

 

 

 

 

 

 

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