L’adattoma: il modo in cui il microbiota ci rende più adatti all’ambiente in cui viviamo

Avete mai sentito parlare di adattoma? Siamo nell’epoca delle cosiddette scienze omiche. Sono la metabolomica, la proteomica, la trascrittomica, la genomica. Il suffisso -omiche è utilizzato per formare nomi che vogliono indicare vari costituenti analizzati collettivamente. In altri termini le scienze omiche studiano pools di molecole biologiche (es., acidi nucleici, proteine, enzimi), con svariate funzioni all’interno degli organismi viventi, e le loro interazioni.

Il concetto di adattoma mi piace molto. È comparso da poco in qualche articolo scientifico. Se cercate questo termine sul web  troverete ben poco. Ne parla nelle sue conferenze il dott. Antonio Gasbarrini, noto gastroenterologo romano e profondo conoscitore del microbiota umano.

L’adattoma ha a che fare con il microbiota intestinale: vediamo di capire come.

Il Progetto Genoma Umano, il cui scopo era quello di sequenziare l’intero DNA della nostra specie e di mappare i geni che compongono il nostro genoma, è stato portato a termine oramai 18 anni fa. Ci eravamo illusi che conoscendo a fondo la nostra genetica avremmo potuto trovare la cura per molte malattie. Ma le nostre aspettative sono state deluse. Tanto per cominciare si pensava che la specie umana possedesse centinaia di migliaia di geni. Ne sono stati trovati invece circa 30.000! Una pianta ne possiede 28.000, un verme 18.000. Per alcuni questa differenza non è sufficiente a spiegare la complessità dell’organismo umano rispetto a forme di vita più semplici.

E non è finita qui! Il nostro DNA è per il 99,99% identico a quello di qualsiasi altro essere umano per quanto differente possa esserne l’aspetto. Mentre siamo accumunati da una così profonda similitudine genetica ci dimostriamo molto più avari nel condividere i nostri microbi! Così ad esempio il nostro microbiota intestinale somiglia a quello di altri individui della nostra specie solo per il 10%!

È un’osservazione che diventa ancora più sbalorditiva se pensiamo ai nostri 30.000 geni codificanti proteine a fronte dei 2-20 milioni di geni provenienti dal nostro microbiota! Geneticamente parlando è come dire che siamo “umani” solo per l’1%, per il 99% siamo “microbici”!

Se all’insieme dei nostri geni diamo il nome di genoma, con il termine di microbioma ci riferiamo alla totalità dei geni provenienti dai microrganismi. Esiste un terzo termine che indica la somma di genoma e microbioma ed è ologenoma. È probabile che genoma e microbioma siano in grado di colloquiare tra di loro a mezzo dell’epigenetica cosicché l’ologenoma non può essere inteso solo come la somma di due parti ma piuttosto come un ampliamento smisurato del modo in cui “interpretiamo” l’informazione genetica.

Qui di seguito vi riporto un passo di un articolo di Gasbarrini. Affido a lui la parte più importante del discorso…

Il genoma microbico può essere considerato la parte variabile del genoma umano, quella che consente al nostro organismo di adattarsi agli stimoli esterni quali: la tipologia della dieta, la denutrizione, l’iperattività, i conservanti presenti nei cibi, gli antibiotici, lo stress, l’esercizio fisico, il riposo, i farmaci, i timori, le violenze subite, ecc. Tali fattori ambientali (attività lavorativa, abitudini alimentari, stato socio-economico ecc.) agiscono durante l’evoluzione dell’uomo e dominano sulla genetica individuale nel condizionare la tipologia del Microbiota Intestinale dell’individuo, che si modifica in particolare in relazione alle diverse età ed in rapporto alle caratteristiche del singolo (razza, sesso, ecc.). Con il termine “Adattoma” ci si riferisce proprio a questa caratteristica del Microbiota, evidenziando come la sua composizione sia determinata principalmente dall’ambiente e solo in minima parte dalla genetica dell’ospite.

Disbiosi come perdita di adattabilità

Con il termine di eubiosi ci riferiamo ad una ben determinata composizione del consorzio microbico. La letteratura scientifica riporta che nell’intestino degli adulti sani il Phylum Bacteroidetes corrisponde al 45-55% dei batteri, il Phylum Firmicutes al 40-50%, il Phylum Proteobacteria al 2-5% e il Phylum Actinobacteria all’1% circa. Con il termine di alfa-biodiversità si indica la ricchezza batterica ovvero la diversificazione del consorzio batterico intestinale.

Possiamo dire, senza ombra di dubbio, che un soggetto sano ha un’elevata biodiversità. Il microbiota intestinale deve infatti elaborare, metabolizzare e distribuire sostanze a tutto il corpo e riesce ad assolvere ai suoi numerosi compiti attraverso l’alto numero di geni che possiede. Dunque l’alta diversificazione batterica garantisce la presenza di un ampio microbioma e di una grande adattabilità e di conseguenza ci rende sani.

Al contrario, una scarsa biodiversità segnala una disbiosi quali-quantitativa ed esprime la possibile predisposizione verso:

  •  atopia (allergia, asma, dermatite atopica);
  •  Malattie Infiammatorie Croniche Intestinale (MICI, Retticolite Ulcerosa, Morbo di Crohn);
  •  Malattie del metabolismo (obesità, diabete, sindrome plurimetabolica);
  • Patologie autoimmuni;
  • Carcinoma del colon-retto.

Perdiamo batteri intestinali ogni volta che riduciamo la variabilità della nostra dieta oppure quando siamo esposti a forti stress, quando non rispettiamo i fisiologici ritmi circadiani, quando consumiamo una tipica dieta occidentale (Western Diet) caratterizzata dal consumo prevalente di zuccheri semplici e grassi saturi, quando facciamo uso di farmaci, quando ci isoliamo dagli altri. Perdere batteri, secondo quanto detto, significa perdere informazioni genetiche. A volte le perdiamo definitivamente. I batteri meno rappresentati nell’ambito del consorzio microbico (quelli appartenenti ai Phyla Fusobacteria, Proteobacteria, Tenericutes, Verrucomicrobia e Actinobacteria) sono i più vulnerabili all’azione ripetuta degli antibiotici e degli altri fattori di disturbo. Una volta estinti non c’è modo di reintrodurli.

Conclusioni

L’adattabilità è una delle qualità che apprezzo di più. Se ci spostiamo sul piano delle qualità caratteriali varrebbe la pena parlare di resilienza. La resilienza è la capacità di un individuo di affrontare e superare un evento traumatico o un periodo di difficoltà. Vivendo in questo mondo a chi non conviene essere adattabili e resilienti? Mi piace pensare che per sperimentare un atteggiamento mentale di questo tipo bisogna anche avere un microbiota adattabile ovvero un adattoma tra i più potenti. Ho da tempo abbattuto le barriere poste tra il corpo e la mente e secondo me qualsiasi pensiero ha un suo corrispettivo nel corpo e qualsiasi sensazione corporea ha un suo corrispettivo mentale. Secondo questa mia visione chi è in eubiosi, è più adattabile, più coraggioso, più intraprendente, più ottimista di chi è in disbiosi.

Il mio invito è quello a prendervi cura della vostra salute partendo proprio dal microbiota. Come? Seguitemi. Scriverò sempre di più su questo argomento. Intanto vi lascio con una poesia

Invictus (Il mai sconfitto)

Dal profondo della notte che mi avvolge,
buia come il pozzo più profondo che va da un polo all’altro,
ringrazio gli dei chiunque essi siano
per l’indomabile anima mia.

Nella feroce morsa delle circostanze
non mi sono tirato indietro né ho gridato per l’angoscia.

Sotto i colpi d’ascia della sorte
il mio capo è sanguinante, ma indomito.

Oltre questo luogo di collera e lacrime
incombe solo l’orrore delle ombre,
eppure la minaccia degli anni
mi trova, e mi troverà, senza paura.

Non importa quanto sia stretta la porta,
quanto piena di castighi la vita.

Io sono il padrone del mio destino:
io sono il capitano della mia anima.

William Ernest Henley

 

 

 

 

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